BENNY MANGONE





COSTRUTTI VISIVI


per "Intro-spezione",
Galleria 42, Modena 2007
Testo di Daniele Astrologo



Per esercitare lo sguardo, metterne alla prova la capacità di discernimento Mangone ha operato entro un ristretta quantità di colori ciascuno dei quali determina la realizzazione di un opera, per un numero complessivo di cinque. Cinque campi cromatici quindi, tre dei quali appartenenti ai fondamentali - giallo, rosso, blu - mentre gli altri due, il bianco e il nero, fissano i punti estremi ed invalicabili della scala dei valori. Cinque opere diverse anche se strutturate allo stesso modo.
Ogni quadro, caratterizzato dalla propria monocromia, è composto da un numero predefinito di moduli, quarantotto, che giungono a coprire una superficie di due metri per due circa. Fa eccezione il lavoro contrassegnato dai neri. La sua forma non è più quadrata, bensì rettangolare ed assume una grandezza maggiore. La ragione di questa diversità va cercata in molteplici fattori. Anzitutto nel tipo di spazio in cui viene collocato, la parete in fondo alla galleria, quella che si vede dall'ingresso.
Una sorte di "muro-manifesto" per l'imponenza della superficie, la visibilità e il respiro. Nessun ostacolo ne disturba la lettura. È l'unica parete che può relazionarsi con le altre erette ai suoi lati e stabilire allo stesso tempo un rapporto esclusivo con lo spettatore. Le altre opere, invece, essendo poste su pareti che si fronteggiano, stabiliscono un dialogo tra il bianco e il giallo, tra il rosso e il blu.
Al nero va riconosciuta la forza di contrastare con l'algida e candida superficie del pavimento, col biancore complessivo dell'intonaco, insomma con tutto l'ambiente della sala. Un coinvolgimento ambientale che interessa anche le altre opere, sebbene in forma ridotta. Ne è complice lo spettatore che trovandosi in mezzo, s'intrattiene con loro, condividendone i dialoghi. Ma può fare di più.
Può per un momento perdere di vista l'insieme e concentrarsi sul singolo lavoro. Scopre così che non ha di fronte un quadro dotato di prospettiva come fosse una finestra aperta sul mondo, bensì si trova al cospetto di una superficie del tutto immanente. La sua presenza non trascende il piano che la sorregge, è con esso tutt'uno. Lo stesso colore è già dato nella stessa fattura dei materiali, evitando cosi ogni implicazione di stesura pittorica.
A dire il vero se è possibile parlare di piano unico, estraneo ad ogni sfondamento nei lidi della rappresentazione, così non è per la superficie che si presenta animata da sottili ma percepibili variazioni di uno stesso colore. In questo modo lo sguardo si vede costretto ad esaminare con attenzione lo scarto provocato dai rispettivi moduli, valutarne il peso e gli equilibri interni. Ai confini esterni fissati in modo netto dal piano si aggiungono quelli sfumati sorti dal lieve divario tra diversi gradi di blu o di rossi.
Divario che interessa non solo le forze di colore coinvolte ma la stessa consistenza fisica dei supporti. Infatti, trattandosi di ready-mades, risulta di fondamentale importanza la scelta dei materiali, delle tele e delle rispettive trame, come si può apprezzare nell'opera dominata dal bianco. Qui lo stesso campo cromatico può registrare al proprio interno diversi tipi di reazione alla luce perché è composto da moduli che non hanno la stessa texture.
Nel caso del giallo invece è il colore del cartoncino, quello posto come supporto al di sotto della tela, a cambiare aspetto e ad animare la percezione della superficie. A tutta prima questo modo di ricorrere a delle cromie prefabbricate, a delle tinte già date ed applicate potrebbe far pensare a un atteggiamento distaccato rispetto al mondo dei colori, al valore indicativo della loro identità estetica.
È tutto il contrario. Mangone non sceglie un blu, ma quel blu, proprio quello che ha in mente e al quale si sente profondamente legato. Un blu che esclude gli altri perché è il suo e finché non lo trova non può dirsi soddisfatto. Si schiude così un'inaspettata sfera interiore presieduta da un rigore mentale che inquadra, compone ma non trattiene l'emotività provata di fronte alla puntuale profondità del tono.
Una fermezza tradita da brivido irregolare del segno che solca lo spazio della pittura e la interroga.