BENNY MANGONE





Lo spazio liquido, ovvero delle 1500 e più visioni del mare


per "Dalle 1500 e più visioni del mare",
Ex macello comunale di San Martino dall’Argine
Testo di Donato Novellini



É innegabile che i luoghi edificati dall'’uomo possiedano un potere di condizionamento, talvolta anche subliminale ed indipendente dai parametri imposti dalla funzione prevista in origine. Marc Augé, ad esempio, trattò l’argomento coniando il neologismo non-lieu a proposito dell’aspetto alienante ed indistinto di determinati passaggi urbani. Con lo stesso spirito indagatorio Brian Eno compose l’album Music for airports nel 1978. Ospedali, chiese, scuole, case, fabbriche, ospizi ed infine cimiteri cadenzano passaggi fondamentali della vita, automatici per i più. Sono tutti spazi costruiti e perciò in qualche modo artificiali, accumunati dal “dovere” imprescindibile dell’ospitalità, già ben intuibile compiendo una sommaria indagine etimologica: chiaro il collegamento diretto di ospedale ed ospizio, intuibile quello di cimitero, dal greco Koimetérion, ovvero luogo di riposo. Vi sono poi sedi dalle caratteristiche più specifiche, come nel caso dei macelli comunali, che s’inquadrano nella suddivisione pubblica/privata dell’interesse collettivo (pensiamo alle poste, alle case cantoniere, agli ambulatori, alle botteghe, alle stazioni, ai centri di aggregazione), tutte strutture che abbiamo visto sparire o decadere negli ultimi tempi. Il destino di un macello pubblico abbandonato, poi, assume ulteriori aspetti di fatiscenza, essendo già carico di sordide implicazioni estetiche già da attivo. Non si può negare che i tentavi di riconversione recentemente emersi un po’ ovunque, spesso seguendo l’esempio post-industriale nord europeo, rappresentino una forma di reazione virtuosa nell’ottica di instituire nuove forme di ospitalità, sia umana che operativa, in grado di allontanare lo spettro dell’anti-luogo.
L’ex macello di San Martino dall’Argine, sorto nel 1929 al posto dell’antico oratorio di San Giacomo, è situato nell’area del vecchio cimitero e si pone, con la caratteristica facciata austera, a chiusura di un vicolo cieco. Suggestioni gotiche e ripetitiva meccanicità da mattatoio ne fanno, anche ora che un moderno laboratorio digitale ne ha soppiantato la funzione “mortuaria”, luogo dal fascino sinistro. All’interno carriponte, montacarichi, scoli per il sangue e celle frigorifere dalle bianche pareti piastrellate, perpetuano la sensazione di sottile disagio, come se il riverbero dell’olocausto animale si fosse cristallizzato nell’atmosfera. “L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio da qui”, sosteneva Jacques Derrida, citazione qui riportata proprio per enfatizzare l’artificiosità luminosa ed i parametri igienisti propedeutici alla macellazione seriale. Tuttavia, lungi da volerne cavar fuori da questo gelido quadretto una morale, pareva necessario soffermarsi su alcuni aspetti descrittivi e costitutivi, proprio nella logica di introdurre un intervento artistico, come quello di Benny Mangone, quasi scientificamente inserito nello spazio in questione.
Sempre più lontano dalla realizzazione di gadget decorativi ad uso domestico – altrove definiti quadri – l’artista presenta una originale installazione site specific proprio all’interno dell’ex macello comunale di San Martino dall’Argine. Il progetto si potrebbe definire fluttuante ed in qualche modo volutamente precario nella sua manifestazione essenzialmente dialogica: qui il reale diventa strumento per porre e porsi quesiti, piuttosto che opera chiusa entro esiti preventivati. L’azione determinata dall’innesto di elementi – siano questi materici o immateriali - trasforma quindi il luogo in esperienza, emancipando “l’opera” dal dovere iconico e rappresentativo. Il percorso sensoriale si sviluppa in tre spazi distinti, nei quali l’artista è intervenuto con molteplici formule espressive, adattate con estrema perizia alle caratteristiche strutturali; fotografia, luce, suono e lacerti artificiali divengono elementi portanti per un’esperienza fondamentalmente concettuale e votata all’ auto-riflessione, curiosamente partendo da un’esotica suggestione “marittima”. Chiuse in quella che un tempo era la cella frigorifera vi sono infatti stranianti immagini del mare Ionio, migliaia di scatti fissati alle pareti piastrellate a farne affresco onirico. Scatti apparentemente banalizzati dalla molteplicità, ma in fondo rappresentanti proiezioni accumulate, “pensieri visivi” – unici e contemporaneamente reiterati - sospesi tra nostalgia e oggettività. La trasformazione dello spazio diviene così pretesto per affrontare con sensibilità le criticità della nostra epoca, instaurando una dialettica serrata tra libertà e costrizione, tra apertura e chiusura, tra nomadismo e stanzialità. Non v’è moralismo e nemmeno intento didattico nel codice prescelto da Benny Mangone: qui il pubblico si trova essenzialmente trasportato in una dimensione alterata e poetica, uno spazio liquido funzionale a stimolare reazioni libere ed assolutamente personali.